Bologna: le porte e le mura


Già in epoca etrusca (IX-IV sec. a.C.) l’antica Felsina aveva iniziato a difendersi con palizzate, fossati e terrapieni. Lo confermano alcuni ritrovamenti del 1996, durante la costruzione di un parcheggio sotterraneo in piazza Azzarita.
Probabilmente anche la Bononia romana si difese con palizzate di legno, di cui però non ha lasciato tracce. Quelle rimaste appartengono tutte alle successive tre cinte murarie. Vediamole intanto sulla mappa:

– la prima centrale (rossa) fu costruita in selenite (1), una roccia facilmente tagliabile per la scarsa durezza di cui abbondavano le colline bolognesi, detta anche “pietra di luna” per la sua iridescenza. L’area di cerchia tratteggiata in nero fu aggiunta in epoca longobarda.
– La seconda (verde), detta impropriamente “del Mille” poiché risale a quasi due secoli dopo, caratterizzata dai Torresotti che sormontavano i serragli di accesso alla città. Buona parte dei suoi fossati era alimentata dalle acque dei canali di Savena e delle Moline (v. Bologna: “città delle acque“).
– La terza (blu) detta “Circla“, la più ampia, con un perimetro di 8 km, di cui sopravvivono dieci porte e alcuni tratti di mura indicati in rosso. Corrisponde agli odierni viali di circonvallazione.

Foto: le tre cerchie murarie: 1) selenite e croci. 2) torresotti. 3) Circla.

Prima cerchia di selenite

La prima cinta muraria risale al III secolo. Durante la caduta dell’impero romano divenne urgente difendersi dalle invasioni barbariche. Tuttavia, solo un terzo della città, circa 20 ettari per 2,5 km di circonferenza, fu recintato con grandi e pesanti blocchi di selenite montati in fretta, senza fondamenta. All’interno del recinto furono collocate le sedi del vescovo e del potere imperiale. Come ulteriore protezione spirituale, ai quattro angoli del quadrilatero furono collocate quattro croci dedicate a santi e apostoli. Il resto della Bononia romana fu abbandonato alle devastazioni e ai saccheggi delle genti del nord-est europeo che, mosse dalla fame, invasero il ricco occidente. Le croci furono rimosse durante il dominio di Napoleone (1796-1814), che laicizzò i nomi delle strade, e vennero trasferite nella Basilica di S. Petronio dove si trovano tuttora.
La demolizione delle mura che non era riuscita a Federico Barbarossa nel 1163, fu poi realizzata quasi interamente con il Piano Regolatore del 1889.

Il solo punto ancora individuabile delle antiche porte è quello occupato dal Voltone Caccianemici, costruito dove si trovava Porta Sant’Agata, tra via de’ Toschi e via Marchesana. Prende il nome dall’ultima famiglia guelfa che divenne proprietaria dell’arco e dei circostanti edifici nel 1394.

La selenite “riciclata”

Le pietre della “civitas antiqua rupta”, rimasta indifesa all’esterno della prima cerchia, furono largamente riutilizzate nella seconda per gli elementi strutturali dei Torresotti, per capitelli, decorazioni e come basamenti per gli edifici e le numerose torri della città.
(v. Bologna, la «turrita» e Itinerario alla scoperta delle torri medievali).

Seconda cerchia dei Torresotti (o del Mille)

Verso la fine del Millecento, il forte incremento della popolazione (studenti universitari, mercanti, artigiani, famiglie facoltose) aveva portato la città a quintuplicare la sua superficie e a vivere un fortunato periodo economico e di pace. La costruzione della seconda cerchia difensiva si rivelò quindi un’opera costosissima e inutile, sia per l’assenza di guerre, sia perché la città nel frattempo continuava a espandersi. Quando venne ultimata nel 1192 si stava già progettando, con uno sguardo più proiettato verso il futuro, la costruzione della terza cinta, la “Circla”, perché includesse anche i nuovi borghi periferici.

Dei sedici Torresotti che sormontavano i serragli (venivano chiusi all’imbrunire) solo quattro sono sopravvissuti nel tempo.
Li possiamo vedere:

1) a metà di via San Vitale
2) a metà di via Castiglione
3) allo sbocco di via Porta Nova su Piazza Malpighi
4) a metà di via Piella (Porta Govese).

Il quinto torresotto del Poggiale, in via Nazario Sauro, fu distrutto da una bomba alleata durante il terzo attacco aereo del 2 settembre 1943.

1) Torresotto di via San Vitale (est)

Lato esterno su piazza Aldrovandi

2) Torresotto di via Castiglione (sud)
(Lato esterno verso i viali – Lato interno verso le Due Torri)


3) Torresotto di via Porta Nova (ovest)

Qui abitò Gentile Budrioli, moglie del notaio Cimieri, gentile di nome e di fatto.
Colta e sempre assetata di conoscenza, aveva frequentato le lezioni di astrologia tenute dal professore universitario Scipione Manfredi e aveva appreso le arti erboristiche da Frate Silvestro del convento francescano nei pressi della sua casa. […] (Genus Bononiae)
Gentile fu accusata di stregoneria, torturata e condannata al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione. La crudele esecuzione avvenne in piazza San Domenico il 14 luglio 1498 con aggiunta di polvere da sparo per gli “effetti speciali”.

Il torresotto rischiò di essere abbattuto durante la ricostruzione “selvaggia” del dopoguerra.

1) Lato interno. Sotto l’arco, campanile di S. Francesco. 2) Lato esterno su P.za Malpighi.

4) Torresotto di via Piella, Porta Govese (nord)
vicino alla finestrella sul canale delle Moline (da via Marsala)

Terza cinta: la “Circla” e le sue porte

E così, ai primi del Duecento, con la cerchia dei Torresotti appena ultimata, comincia a profilarsi la terza intorno a una città che, nel frattempo, è ulteriormente quadruplicata. La nuova “Circla”, alta 9 metri con un perimetro di 8 km, sarà completata alla fine del XIV secolo e resisterà fino al 1902, quando inizierà a subire le demolizioni previste dal Piano Regolatore del 1889.

Dieci sono le porte sopravvissute delle dodici iniziali. Da oltre un secolo le superiamo distrattamente, senza sentire più gli echi lontani delle battaglie per le mire di conquista straniere e papaline, oppure interne, tra famiglie rivali. Non udiamo più il suono dei passi pesanti, marziali o strascicati, delle ruote di carri e carrozze, degli zoccoli degli animali, delle antiche e diverse lingue che vi risuonarono intorno per secoli. Ma di storia ne hanno tanta da raccontare. Come ne ha la “tredicesima porta”, che non è mai stata la tredicesima e scopriremo il perché.

Struttura delle porte della “Circla”

In caso di attacchi, gli ingressi alla città erano i punti più deboli della cinta muraria che non mancava, peraltro, di essere a sua volta aggredita, scalata o bombardata. Alcune porte venivano quindi murate o riempite di terra per meglio respingere i nemici e concentrare la difesa sulle restanti.

Partendo dall’interno verso l’esterno, le porte erano così composte:

Cassero: torre di difesa della porta vera e propria.
Rivellino: corridoio antistante la porta e il cassero.
Rastello: cancellata del rivellino.
Ponte levatoio: oggi scomparso.
Fossato: oggi tombato, tranne un paio di tratti visibili, e convertito negli odierni viali di circonvallazione.

Nel 1777 tutti i ponti levatoi furono sostituiti da ponti di pietra perché le catene di richiamo, sbattendo contro la porta, causavano continui contraccolpi alle strutture, obbligando a frequenti e costose riparazioni dei casseri.

Struttura di Porta Mascarella (elaborazione della foto tratta da Le mura perdute – Storia e immagini dell’ultima cerchia fortificata di G. Roversi – Fonte: marchingegno.info)

Tutte le porte risalgono al Duecento tranne una che fu costruita in epoca tardo-rinascimentale.
Partiamo dalla porta ritenuta più importante, a cui assegneremo per comodità il numero 1. Proseguiremo poi in senso orario lungo i viali di circonvallazione, includendo anche le due porte scomparse, fino a completare il giro. Strada facendo incontreremo anche i pochi tratti di cinta muraria conservati per salvaguardare, o delimitare, alcuni edifici di valore storico e culturale.

1 – Porta Maggiore o Mazzini

È chiamata anche Mazzini perché fuori porta la strada cambia nome. All’incrocio quindi fra Strada Maggiore/via Giuseppe Mazzini con i viali Ercolani/Carducci.
Deve la sua importanza all’antica via Emilia che, attraversando la città già in epoca romana, portava a Ravenna e a Rimini.
Ricostruita nel 1770, si iniziò a demolirla nel 1902 ma l’abbattimento portò in risalto i basamenti originari e si decise di mantenerli. Nel 1909 Alfonso Rubbiani ridisegnò l’arco e la parte superiore ispirandosi a quelli delle poche porte che avevano mantenuto un aspetto duecentesco.

Casa Carducci

Proseguendo lungo viale Carducci, costeggiamo il tratto di cinta muraria che delimita il retro del villino dell’illustre poeta.

Nel bel giardino-memoriale risaltano opere liberty di Leonardo Bistolfi tra cui il Monumento a Giosuè Carducci, che impegnò l’artista per diciotto anni (1909-1927).
Oggi l’edificio è sede del Museo Casa Carducci e del Museo civico del Risorgimento, con ingresso al n. 5 di piazza Carducci.

Il Poeta e, alle spalle, la Poesia (L. Bistolfi) – da Wikipedia – foto: Nicola Quirico
La Natura, il Poeta e la Libertà (Leonardo Bistolfi)

2 – Porta Santo Stefano

All’incrocio fra le vie S. Stefano/Murri e i viali Carducci/Gozzadini, era la porta “per la Toscana”. Il cassero originario, fortificato nel Quattrocento, crollò nel 1512 sotto il bombardamento delle truppe spagnole del papa. La porta fu totalmente ricostruita nel 1843, sotto il pontificato di Gregorio XIV.
I due corpi gemelli erano uniti dalla “barriera gregoriana”. La stessa cancellata fu poi riutilizzata, a pochi metri di distanza, per l’ingresso est dei Giardini Margherita dove si trova tuttora.

Cancello est Giardini Margherita (dal web)

Proseguiamo lungo viale Gozzadini. Dopo circa 300 metri incontriamo un’altra parte di cinta muraria sopravvissuta, quella di un piccolo luogo sacro molto amato dai bolognesi.

Chiesa di Santa Maria della Pace del Baraccano

Tratto di mura della Chiesa “della Pace”

Lungo le mura di Bologna erano state edificate dodici chiese dedicate alla Vergine, a protezione della città.
Questa piccola chiesa nacque come cappella nel 1403 per proteggere dagli agenti atmosferici una simpatica Madonna col Bambino, dipinta su una parete interna del muro difensivo.
Il luogo è una tappa tradizionale per molti sposi novelli che qui si recano per il buon auspicio mariano e qualche foto-ricordo.
È nota anche per un “miracolo” verificatosi il 1º febbraio 1512: gli artificieri di papa Giulio II fecero saltare in aria un tratto di mura presso la chiesa per riprendere Bologna ad Annibale Bentivoglio. Il piazzamento errato degli esplosivi lo fece sollevare e ricadere intatto al suo posto, dando il tempo ad aggressori e difensori di vedersi in faccia per pochi secondi.
Rimaneggiata più volte, anche con l’aggiunta di un portico, si estende in larghezza e conserva all’interno affreschi di importanti pittori bolognesi del ‘500 fra i quali Alfonso Lombardi, Prospero e la straordinaria figlia, Lavinia Fontana (1552-1614).

Madonna col Bambino (restauro di Fabrizio Del Cosso del 1472)

3 – Porta Castiglione

All’incrocio di via Castiglione, che mantiene il nome anche fuori porta, con i viali Gozzadini/Panzacchi.
Costruita nel 1250 e ristrutturata più volte fino al 1403, venne restaurata nel 1850. Le passava accanto il canale di Savena, ora tombato, che con le sue diramazioni forniva l’energia idraulica e la forza motrice a decine di opifici entro le mura. (v. Bologna: “città delle acque”)

(prima del 1903, ancora presente il ponte in muratura – © Genus Bononiae)

4 – Porta d’Azeglio o San Mamolo (scomparsa)

Fu demolita per addotti motivi di maggiore viabilità. La foto la ritrae ancora con un suo tratto di mura prima delle demolizioni iniziate nel 1903. Si trovava all’incrocio delle vie d’Azeglio/San Mamolo con i viali Panzacchi/Aldini.

Porta d’Azeglio o S. Mamolo prima del 1903, lato esterno.
(collezione Fausto Malpensa)

5 – Porta Saragozza

Rifatta nel 1858 con l’ulteriore aggiunta di due torrioni posticci, è una tappa tradizionale delle processioni in onore della Madonna di San Luca quando varca la porta mentre “scende in città”. Da qui, uscendo dal centro storico, il portico prosegue ininterrotto per circa 3,7 km fino al Santuario della Madonna di San Luca sul colle della Guardia.
È all’incrocio fra via Saragozza (entro e fuori porta) e i viali Aldini/Pepoli.

6 – Porta Sant’Isaia o Porta Pia (scomparsa)

Porta Sant’Isaia prima del 1903 (lato esterno) – © Genus Bononiae

All’incrocio fra le vie Sant’Isaia/Andrea Costa e i viali Pepoli/Vicini.
Fu costruita per ultima nel 1568, in stile tardo-rinascimentale, per onorare papa Pio V. Fu anche la prima a essere demolita, in seguito al crollo di un frammento di cornicione che ferì gravemente un’ortolana mentre passava con il suo carretto.

La sua storia è strettamente legata alla vicina Porta del Pratello, murata per sempre dopo i fatti sanguinosi avvenuti nel 1445. Il papa fece costruire Porta Pia per due ragioni: come risarcimento morale per i suoi antenati Ghisilieri, assassini di Annibale Bentivoglio, Signore della città, e per risparmiare ai cittadini i lunghi giri viziosi a cui erano costretti da oltre un secolo, dopo la muratura del Pratello.

La “tredicesima” Porta del Pratello (murata)

Sarebbe la dodicesima, se non fosse stata “cancellata” a damnatio memoriae e rimpiazzata, in seguito, dalla suddetta Porta Sant’Isaia.
Il suo destino è frutto di una guerra tra famiglie bolognesi rivali.
Il 24 giugno 1445 Annibale Bentivoglio, amato Signore di Bologna, cadde nella trappola tesagli da Francesco Ghisilieri, suo acerrimo nemico, con la complicità dei Canetoli. Francesco, fingendo un desiderio di riconciliazione, invitò Annibale a fare da padrino al battesimo di uno dei suoi figli. Al ritorno verso la casa di Ghisilieri vicina a via del Pratello, per proseguire i festeggiamenti, un gruppo di armati guidati da Baldassarre Canetoli, alleato dei Ghisilieri, pugnalò Annibale uccidendolo. Scoppiò una rivolta sanguinosa nella quale prevalsero i bentivoleschi. Per ricordare l’atroce delitto, questi si vendicarono facendo murare per sempre la porta da cui erano fuggiti i Canetoli, punendo così anche la zona dove abitavano i membri delle due famiglie colpevoli. Più tardi, il lato interno venne nascosto dall’Oratorio di San Rocco (1600 ca.).
La bella arcata che affiora dal terreno, visibile solo da viale Vicini, testimonia l’imponenza di una porta di ruolo notevole.

Lasciamo una pagina di storia nefasta per scoprirne una più gloriosa, pochi metri più avanti…

La Grada del 1506!

Il papa guerriero Giulio II voleva riportare sotto il governo della Chiesa tutti i territori che si erano staccati per le mene dei Signori (2), perciò anche la Bologna che Giovanni II Bentivoglio governava da ben quarantatre anni.
La notte del 1° novembre, l’ultimo Signore della città fuggì con l’intero seguito senza immaginare che la sua dinastia non vi avrebbe più fatto ritorno. Nel frattempo, da più parti, si stavano avvicinando gli eserciti del papa e dei suoi nuovi alleati: il ducato di Ferrara, di Mantova e il re francese Luigi XII. Tutti inizialmente amici di Giovanni.
Il 2 novembre 1506, sebbene la pioggia insistente di quei giorni avesse reso le strade fangose e mal praticabili, l’esercito francese, il più vicino, iniziò a bombardare porta San Felice. Il saccheggio della città era ormai imminente.
Petronio Sega, uno sconosciuto bolognese, ebbe un colpo di genio da fare invidia al più tattico dei militari. Con l’aiuto di pochi altri, ostruì in poco tempo la parte interna della Grada, il cancello delle mura che sbarrava il canale di Reno. La diga artigianale bloccò il fluire dell’acqua verso la città e lo dirottò, sfruttando la pendenza del terreno, verso la conca dei Prati di Caprara dove si trovava il campo dei francesi. L’intera area finì allagata, neutralizzando l’esercito nemico e le sue artiglierie, compresa la polvere da bombarda.
Quel giorno, Petronio Sega e la Grada salvarono Bologna e i suoi cittadini dal saccheggio e da una brutta fine.

7 – Porta San Felice o Saffi

È la “vittima” di un fatto tragicomico narrato da Alessandro Tassoni nel poema “La secchia rapita” (1614). Durante il conflitto fra Modena e Bologna, sconfitta a Zappolino nel 1325, i modenesi raggiunsero la porta e ne violarono le difese. Uno di essi rubò la secchia di un pozzo in via S. Felice e se la mise in testa come segno di scherno. La secchia, mai più restituita, è attualmente conservata nel Palazzo Comunale di Modena.
La porta, più volte ricostruita, è quella solenne del 1805 in omaggio all’ingresso di Napoleone. Gli eccessivi decori furono poi rimossi nel 1840 rendendola più sobria.
Si trova all’incrocio fra le vie S. Felice/Saffi e i viali Vicini/Silvani.

Proseguendo lungo viale Silvani troviamo un altro segmento di cinta muraria:

8 – Porta delle Lame

All’incrocio di via Lame/Zanardi con i viali Silvani/Pietramellara. Di forme barocche dal 1677, fu murata più volte, o ne fu riempito di terra il rivellino, per impedire l’ingresso ai nemici come, per esempio, nel 1428 contro le truppe del papa, intenzionato a riprendersi Bologna usurpata dai Canetoli, o nel 1506 da Giovanni II Bentivoglio ancora contro un esercito pontificio (v. più sopra l’episodio della Grada), o nel 1848 contro gli assalti degli austriaci.

Superata Porta Lame troviamo un nuovo tratto di vecchie mura fino all’antico Navile, invisibile a livello stradale perché ribassato, come vediamo nella prossima cartolina.

La… “porta” del Navile (scomparsa)

Anche il porto aveva un varco di transito che veniva sbarrato da una robusta catena azionata da un locale sovrastante. Il Navile fu tombato nel 1932, quando il trasporto su treno soppiantò quello su barche (v. Bologna: “città delle acque”).

Immagine opera
Cartolina postale 1909 ca. Sullo sfondo: tratto della “Circla” con arcate interne (Fonte: © Genus Bononiae)

Proseguendo lungo viale Pietramellara superiamo la stazione ferroviaria e raggiungiamo la prossima porta in piazza XX Settembre.

9 – Porta Galliera

Di aspetto barocco (1659), la porta fu protagonista del Risorgimento bolognese che vide la popolazione respingere gli austriaci l’8 agosto 1848. Subì gravi danni durante i ripetuti bombardamenti alleati del 1944.
Oggi la porta si presenta in un’area ben riqualificata che ha riportato alla luce vecchie stratificazioni strutturali, antiche opere murarie difensive e un tratto del percorso canalizzato dell’Aposa (tombato). Nello scavo sotto la nuova passerella sono visibili alcune palle di bombarda (balotte), che tanto frantumarono le mura della città prima dell’arrivo dei cannoni, ancora più devastanti per la maggiore gittata e precisione di tiro.

Vicini alla porta si trovano anche i ruderi della Rocca di Galliera. Il castello, a ridosso delle mura, fu edificato nel 1330 dal cardinal Legato Bertrando del Poggetto per difendere, dalle rivolte popolari, le autorità ecclesiastiche e il papa quand’era ospite in città. Fu distrutto una prima volta nel 1334 dai bolognesi ribellatisi al dominio pontificio. Nel corso dei secoli fu ricostruito e distrutto altre quattro volte.

Dalla piazza si accede anche al Parco della Montagnola salendo la bella scalinata liberty del Pincio, all’inizio di via Indipendenza. (Itinerario nel Liberty bolognese)

10 – Porta Mascarella

È una delle tre porte che mantiene gli originari aspetti duecenteschi (cassero, rivellino e rastello). Considerata una delle porte deboli, fu murata a più riprese, in vista dei tanti assedi a cui rischiava di soccombere.
Si trova all’incrocio fra via Mascarella/Stalingrado e i viali Masini/Berti Pichat.

Proseguendo lungo viale Berti Pichat, costeggiamo il tratto più lungo delle mura. Dietro di esso si sviluppa la “città” universitaria di cui fanno parte i Giardini di via Filippo Re con la Palazzina della Viola, sede di eventi musicali, e un Orto Botanico tra i più antichi d’Italia (1568).

11 – Porta San Donato o Zamboni

Lato esterno con rastello, rivellino e cassero sovrastante la porta.

Si trova all’incrocio tra le vie Irnerio-Zamboni/S. Donato e i viali Berti Pichat/Ercolani.
È la seconda porta a presentarsi ancora nel suo aspetto duecentesco. Costruita a presidio della strada per Ferrara, anch’essa fu murata come altre nel 1428, in vista degli attacchi dell’esercito del papa guerriero Giulio II.
È l’unica a rappresentare un discreto intralcio al traffico, tanto da aver rischiato la demolizione negli anni ’50. Si raggiunse però un compromesso abbattendo più di un metro di mura per migliorare il flusso dei veicoli tra i viali e via San Donato.
Se chiamata Porta Zamboni, come la via che entro porta si dirama subito da via Irnerio, identifica più facilmente la zona universitaria.

Porta S. Donato-Zamboni (rivellino e tratto di mura accorciato negli anni ’50).

12 – Porta San Vitale

È l’ultima delle tre porte originali rimaste (1286) e si trova all’incrocio tra via S. Vitale/Massarenti e i viali Filopanti/Ercolani.
Anche in questo caso le fu costruita a ridosso una rocca difensiva contro la città, ma per opera dei milanesi. Nel 1402, infatti, il dominio di Bologna toccò per la seconda volta ai Visconti che durarono comunque poco. I bolognesi, esasperati dalle tante angherie e tassazioni sempre più esose, li cacciarono l’anno dopo e distrussero la rocca.

Procediamo concludendo il giro lungo viale Ercolani verso Porta Maggiore, da cui eravamo partiti. Costeggeremo un ultimo tratto di mura superstiti e, a sinistra, la vasta cittadella del Policlinico Sant’Orsola.

Alla luce della lunga storia fin qui raccontata, in minima parte, diremo che l’ultima Rocca, costruita dal papa guerriero Giulio II proprio a ridosso di Porta Maggiore, fu demolita nel 1550 dal suo successore Giulio III.

I bolognesi vissero finalmente in pace… almeno per un po’.

Stefania Ferrini


Note:
(1) Geologicamente, selenite è il nome improprio, di uso comune e ormai irremovibile, della gipsite. (v. geologiemiliaromagna.it)
(2) da Porte e mura di Bologna, Tiziano Costa, Costa editore, Bologna, 2014.

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