Bologna, la «turrita»



Torre Prendiparte

Bologna la dotta, la grassa, la rossa. Il perché è risaputo:

  • DOTTA perché sede della Prima università d’Occidente, fondata nel 1088.
  • GRASSA per la sua cucina ricca di sapori. Lasagne, tortellini, ragù e mortadella vi dicono niente?
  • ROSSA per gli intonaci delle sue case, per i tetti in cotto e, dal Dopoguerra, per il suo passato politico.

 Ma perché anche TURRITA?

Nel Basso Medioevo, tra l’XI e il XIII secolo, le torri sorsero a decine e se ne contavano oltre 100. Bologna appariva come una vera e propria selva turrita, o una Manhattan odierna, ma più vecchia di quasi un millennio.

(dal web)

Manhattan

(dal web)

Perché così tante?

Le torri furono costruite o rilevate dalle famiglie più influenti della città, da cui presero il nome, come esibizione di potenza e di grandezza. Più erano alte, più testimoniavano il potere della famiglia proprietaria. Avevano funzioni militari: nel periodo delle lotte per le investiture tra le fazioni guelfe e ghibelline, le prime a sostegno della Chiesa e le seconde dell’Impero, le torri fungevano da punti di avvistamento, baluardi fortificati e luoghi di offesa/difesa in caso di attacchi nemici.
Alte più di 30 m, i muri alla base dello spessore di almeno 1,5 m, non avevano ingressi al livello stradale, né finestre, né scale fisse in muratura. Generalmente non erano abitate ma servivano come alloggi per i soldati; alcune divennero in seguito carceri papaline.

Torre Prendiparte

Torre Prendiparte, detta anche ‘Incoronata’

Oltre le torri vere e proprie, crebbero a scopo abitativo le cosiddette case-torri, meno elevate, a base generalmente rettangolare, con finestre e muri spessi circa 1 metro. Potevano collegarsi alle circostanti case in legno attraverso ponteggi che consentivano di raggiungere le abitazioni dei propri congiunti e delle famiglie amiche o alleate.
Anche le torri potevano unirsi fra loro. Le finestre visibili  erano in realtà porte per accedere ai ponteggi esterni lignei dalle cui altezze era possibile una migliore difesa in caso di aggressioni.

Lungo la seconda cinta muraria difensiva, costruita intorno al 1100 (Cerchia del Mille), furono eretti anche diciotto torresotti, o porte turrite, che consentivano l’ingresso alla città durante il giorno. La sera, i varchi venivano chiusi.
Oggi ne restano soltanto quattro.

Torresotto di Via Castiglione (dal web)

Perché ne restano così poche?

Oggi, fra torri e case-turrite, possiamo contarne solo ventidue e non tutte sono facilmente riconoscibili. A partire dal Trecento, cessate le lotte fra guelfi e ghibellini, le torri persero il loro scopo difensivo e non furono più costruite. Quelle esistenti subirono sorti differenti: alcune divennero carceri, altre negozi o abitazioni, altre ancora divennero proprietà del Comune o del Papato. Alcune crollarono a causa del loro peso o colpite dai bombardamenti della II guerra mondiale. Altre furono demolite o mozzate per ragioni di sicurezza: le cime, spesso costruite in mattoni per alleggerirne il peso, risultavano infatti più fragili. Altre furono incorporate in edifici più recenti o riconvertite in campanili. Altre, infine, furono abbattute per esigenze urbanistiche, durante il restauro della città iniziato nel 1918 su progetto di Alfonso Rubbiani e del conte Francesco Cavazza. La scelta di sacrificare ampie porzioni di memoria storica, in favore di un nuovo gusto estetico, frutto di una visione medievale alquanto idealizzata, suscitò numerose polemiche nella cittadinanza. Tuttavia, questa è la Bologna odierna che  tutti conosciamo e non possiamo fare a meno di apprezzare.

Le Due Torri

Appartenenti alla prima cinta muraria, entrambe fra i più noti simboli della città, le Due Torri sono da sempre unite dallo stesso destino: quello di non prescindere l’una dall’altra resistendo fianco a fianco da quasi un millennio.
La loro pendenza, curiosamente in direzioni opposte, è dovuta in parte alla presenza nel sottosuolo del torrente Aposa.

Torre Prendiparte 6

Torre Asinelli

Da 900 anni, quella appartenuta alla famiglia Asinelli è la torre pendente più alta d’Italia, nonché la più alta della regione. Misura infatti 97,20 metri. Della potente famiglia ghibellina ben poco ci è dato sapere, poiché sparì presto dagli annali della Storia bolognese. Nel 1300, la torre Asinelli divenne proprietà del Comune che la utilizzò come prigione e come fortilizio. A 30 metri da terra un ponteggio in legno la collegava alla vicina Garisenda. Il ponteggio consentiva di controllare i fermenti del sottostante Mercato di Mezzo e di sedare per tempo eventuali rivolte. Fu distrutto da un incendio nel 1398.
La torre ha sopportato le ingiurie dei secoli, sopravvivendo a fulmini, cannonate, terremoti e bombardamenti. Le sue condizioni sono costantemente monitorate.
La torre è aperta al pubblico. I suoi 498 gradini conducono alla terrazza panoramica che, prendendo a prestito le parole di Goethe, nelle giornate particolarmente limpide offre:
… Veduta splendida! A Nord si scorgono i colli di Padova, quindi le Alpi svizzere, tirolesi e friulane, tutta la catena settentrionale… A occidente un orizzonte sconfinato, nel quale emergono solo le torri del Modenese. A oriente, una pianura sconfinata fino all’Adriatico, visibile al sorgere del sole. Verso sud i primi colli dell’Appennino, coltivati e lussureggianti fino alla cima, popolati di chiese, di palazzi e di ville, come i colli del Vicentino...

Disegno 2 Torri collegate da ponteggio

Passerella lignea fra le torri Asinelli e Garisenda (dal web)

Torre Garisenda

La torre della famiglia Carisendi è destinata, in confronto a quella degli Asinelli, al ruolo secondario di torre malamente riuscita per i cedimenti del suolo su cui stava crescendo. Sebbene non fosse crollata, ben presto fu dichiarata pericolante e, nel XIV secolo, si preferì mozzarla riducendola, dagli iniziali 60 metri, agli attuali 48,16 di altezza.
Del suo difetto architettonico, così fortemente connotativo, fece tesoro il sommo poeta Dante Alighieri che la citò in ben due occasioni.
La prima in età giovanile:
Non mi poriano già mai fare ammenda / del lor gran fallo gli occhi miei sed elli / non s’accecasser, poi la Garisenda / torre miraro co’ risguardi belli, / e non conobber quella (mal lor prenda!) / ch’è la maggior de la qual si favelli: / però ciascun di lor voi che m’intenda / che già mai pace non farò con elli; / poi tanto furo, che ciò che sentire / doveano a ragion senza veduta, / non conobber vedendo; onde dolenti / son li miei spirti per lo lor fallire, / e dico ben, se ‘l voler non mi muta, / ch’eo stesso li uccidrò que’ scanoscenti!
(‘Sonetto sulla Garisenda’, 1287)
La seconda, trent’anni dopo, usandola come metafora dell’inganno visivo all’interno della Divina Commedia:
… Qual pare a riguardar la Carisenda / sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada / sovr’essa sì ched ella incontro penda; / tal parve Anteo a me che stava a bada / di vederlo chinare, e fu tal ora / ch’ i’ avrei voluto ir per altra strada…
(‘Canto XXXI dell’Inferno, vv. 136–141 riportati sulla targa commemorativa affissa ad una parete della Garisenda).

La torre è chiusa al pubblico.

DSC_0222

La torre Garisenda vista dalla terrazza panoramica della torre Asinelli

Torri Garisenda, Asinelli e Chiesa dei Santi Bartolomeo e Gaetano

Due Torri

Torri Garisenda, Asinelli e statua di San Petronio, patrono di Bologna

CURIOSITÀ: quasi tutte le torri di Bologna sopravvissute mostrano una lieve pendenza.

DSC_0225

da sinistra: torre Scappi, torre Altabella, torre Prendiparte

 

 

Stefania Ferrini

 


 

Link esterni:

La selva turrita (audiovideo con la voce narrante di Luigi Lepri «Gigén Lîvra»)
Torre Prendiparte – video a volo d’uccello su Bologna
Bologna turrita. Ma dove sono le torri? (audiovideo di Bruno Severi)
Torri e torresotti (audiovideo di Modica/Scalici)
Selva turrita – Documentario commentato dal prof. Eugenio Riccomini
“Bologna riabbellita” (il piano regolatore fra Otto e Novecento – fonte: Biblioteca digitale dell’Archiginnasio di Bologna)

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