2 Agosto 1980, Stazione ferroviaria di Bologna



Stazione-Orologio

Il 2 Agosto 1980 ero in vacanza al mare. Papà era al lavoro.

Il 2 Agosto 1980 per me era un sabato pieno di spensieratezza e prospettive divertenti. Per papà e mio zio, entrambi ferrovieri, un giorno di lavoro come tanti.

Il 2 Agosto 1980 ero a Rimini, su un pedalò al largo, in compagnia di amici. Papà stava bevendo un caffè con suo cognato Enzo in un bar di fronte alla stazione ferroviaria.

Il 2 Agosto 1980, finito il nostro giro in pedalò intorno a mezzogiorno, tornammo nella fornace tra le file di ombrelloni, cotti e rintronati per il lungo bagno e il troppo sole. Papà era lontano dai miei pensieri anni luce.

Il 2 Agosto 1980, intorno a mezzogiorno, le voci sotto gli ombrelloni rumoreggiavano su “un gran casino” successo alla stazione di Bologna per una tubatura, una caldaia esplosa… Lì per lì io non ci feci troppo caso. Nemmeno ricordavo che papà fosse di turno, quel sabato.

Il 2 Agosto 1980, da poco superato il mezzogiorno, ci prese una gran fame. Lasciammo la spiaggia per raggiungere il ristorante sul lato opposto della strada. In quel breve tragitto mi balenò in mente che papà era al lavoro. Forse, avrei dovuto raggiungere una cabina telefonica e chiamare mia madre a casa, o forse mi allarmavo inutilmente. A dire il vero, quasi mi seccava ritardare il momento del pranzo in compagnia.

Il 2 Agosto 1980, fra mezzogiorno e l’una, mi rassegnai a superare il ristorante e svoltai l’angolo dell’isolato per ritrovarmi davanti una fila innaturale di persone all’esterno di due cabine telefoniche. Fu allora che il pensiero di mio padre si consolidò nel mio cervello. È in quel lasso di tempo, fra mezzogiorno e l’una, che, per me, scoppiò la bomba di Bologna. L’immagine di quella fila un po’ scomposta lungo il marciapiede è un’istantanea che la memoria non ha più sbiadito.

Tornai al ristorante rinunciando a telefonare per via di quella lunga fila. Gli amici, già seduti, stavano seguendo un’edizione straordinaria del telegiornale. Accanto al nostro tavolo riconobbi Eugenio Finardi e la sua compagna. Bell’uomo, ricordo che pensai, meglio dal vero che in tivù. E anche lei non era affatto male. I due seguivano attentamente la cronaca mentre mangiavano. Lui si agitava sulla sedia e si tratteneva dal commentare per non perdersi una sola battuta del telecronista.

Dei miei amici, delle prime immagini trasmesse per televisione, dei miei pensieri nelle ore successive, non ricordo nulla. Ricordo solo quella fila innaturale di persone alle cabine telefoniche, Finardi con la sua compagna, i loro volti preoccupati e il senso di urgenza che quelle poche immagini bastavano a farmi crescere dentro. Ancora non si sapeva quale fosse la vera causa dell’esplosione; intanto, il tarlo del pensiero di mio padre continuava a perforarmi il cervello e facevo avanti e indietro fra il ristorante e le cabine, finché, verso le tre del pomeriggio, dopo vani tentativi di raggiungere telefonicamente mia madre (le linee verso Bologna erano sempre intasate), chiamai l’altra sua sorella, quella che viveva a Rimini. Mia zia mi anticipò, con una voce ferma e rassicurante per la quale non finirò mai di ringraziarla, che sapeva già tutto, mamma l’aveva avvertita, papà stava bene, non si era fatto niente, solo un graffietto, potevo stare tranquilla e rimanere al mare con i miei amici.

È strano, ma di quel 2 Agosto 1980 non ricordo altro; non come trascorsi il pomeriggio, né la sera, né il giorno dopo, finché al tramonto non tornai a casa e verificai con i miei occhi che papà stava davvero bene, a parte quella piccola escoriazione sul braccio.

Del rovente 2 Agosto 1980 conosco il suo racconto, e tutta la cronaca a venire, e lo schifo di quanta verità sia stata deliberatamente deviata, omessa, secretata e stravolta in trentanove anni.
E so che aumentano ogni giorno i viaggiatori che non sanno il perché di quell’orologio sempre fermo alla stessa ora, né se lo chiedono.

Papà e lo zio erano usciti dal bar, avevano attraversato viale Pietramellara e raggiunto ciascuno la propria postazione di lavoro: mio padre a destra della piazza, nell’Ufficio Gestione Bagagli che si affacciava sul viale, mio zio a sinistra, verso la Biglietteria di cui era il responsabile, dopo aver percorso in diagonale la piazza.

Il boato, cupo, profondo e prolungato colpì l’udito di mio padre mentre si sedeva alla scrivania. Tutti i vetri delle finestre e delle porte si frantumarono. Una piccola scheggia impazzita gli graffiò, appunto, il braccio. Uscendo dall’ufficio papà vide un uomo correre col viso ricoperto di sangue e un coccio di vetro conficcato in testa. Allora corse fuori, sul viale, e si guardò intorno. Tutto sembrava nella norma: traffico, pedoni, movimento. Eppure no. Che ci faceva in mezzo alla strada una macchina da scrivere? Andò a sinistra e si affacciò sul piazzale della stazione. Non si vedeva nulla, disse, tutto era cancellato da un’enorme, densa nuvola di polvere. Enzo!, pensò, e corse verso la Biglietteria incespicando in quell’assurda nebbia. Trovò il cognato illeso ma piuttosto scosso. Stai bene?, Sì, e tu?, e si abbracciarono emozionati. I vetri della biglietteria in briciole, nessun ferito fra gli impiegati, i soldi delle casse sparsi dappertutto. Anche di quello bisognava occuparsi. I due si separarono di nuovo per dedicarsi ciascuno alle prime emergenze.
Sul piazzale, intanto, la nube di polvere andava diradandosi e papà incominciò a vedere.
E incominciò a capire.

Disse che prestò, assieme a tanti altri, i primi soccorsi. Disse dei taxi schiacciati sotto le macerie, dei corpi, delle voci, dei lamenti, della polvere spaventosa e irrespirabile, degli autobus vuoti alle fermate, del suo suggerimento di utilizzarli per trasportare i corpi, di come l’idea venne subito accolta da altri soccorritori. Disse che quando capì di non essere più indispensabile (ormai stavano arrivando i soccorsi organizzati, Bologna reagiva con l’energia e la dignità dovute), rientrò in ufficio per chiamare mamma, che non sapeva ancora nulla, e la tranquillizzò. Si ricordò anche di mandarmi a dire che stava bene, nel caso avessi telefonato.

Tutto questo, e altro ancora, me lo raccontò con mestizia la sera di domenica 3 agosto 1980.


Alle 85 vittime, ai 200 feriti che ne portano i segni sul corpo e nell’anima, ai loro familiari.
A chi si salvò e a chi aiutò.
A mio padre Tarcisio detto Ciccio, ferroviere, sopravvissuto, uno fra i primi soccorritori.
A mia figlia perché non dimentichi la storia del suo Paese e le ferite della sua bellissima città.
A chi sa poco o nulla di quel sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna.
A tutti noi sempre in attesa di conoscere l’intera verità e a chi non si stanca di pretenderla.

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(Foto dal web)

 

Stefania Ferrini



Link esterni:

– Le 85 vittime
– 
Bologna – 2 agosto 1980 Strage della Stazione – (video)
– “Volevo vivere anche per gli altri…” – (Documentario “2 AGOSTO 1980: TU CHE NE SAI? “autoprodotto dagli studenti ITIS Belluzzi di Bologna (4^ B , a.s. 2012/13) , dedicato alla memoria della strage alla stazione di Bologna e al contesto socioculturale degli anni 1977-1982 a conclusione del progetto www.piantiamolamemoria.org)
– Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980.

 

 

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8 comments

  1. Non dimenticherò mai il 2 agosto 1980.
    Abitavo in via del Borgo di San Pietro angolo via Irnerio.
    Il mio compagno Sandro era capostazione alla stazione di Bologna. il 2 agosto smontò dalla notte e venne a casa circa alle 7 di mattina. Poco dopo mi alzai, feci colazione e le solite cose che si fanno di sabato (pulizie, ecc.) ad un certo punto iniziai a sentire sirene di ambulanze ed elicotteri. Accesi la radio e sentii la notizia: un’ala della stazione di Bologna era saltata in aria forse a causa di una caldaia. Corsi in camera, sapevo che Sandro era lì, lo avevo visto arrivare, ma per quel bisogno di conferme nei momenti disperati dovevo ancora controllare. Era lì e dormiva, arrivato da poco da quella stazione in fiamme. L’ho svegliato: Sandro è scoppiata la stazione. – Ma che dici – dai vieni e ascoltiamo. All’inizio dicevano che probabilmente lo scoppio era dovuto ad una caldaia, io e lui ci siamo guardati. Ma che caldaia??!! Poi sono iniziate ad arrivare le telefonate preoccupate e disperate dei miei, e soprattutto dei suoi genitori e degli amici. Siamo andati in stazione e abbiamo visto lo scempio e l’autobus 37 guidato (ho poi saputo dopo) dal mio collega e amico Agide che trasportava morti alla medicina legale. Poi siamo andati verso il centro, piazza Maggiore si stava riempiendo, si sapeva già che non era stato lo scoppio di una caldaia, ma una bomba. Non avevamo bisogno di di queste conferme, noi e credo molti bolognesi lo sapevano già che era sta una BOMBA.
    NON DIMENTICHERO’ MAI quel giorno del 2 AGOSTO

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  2. Il 2 agosto 1980 non si potrà mai dimenticare e forse nemmeno mai sapere la verità una vergogna immensa e un dovere verso chi incolpevelmente è morto cercare la verità con determinazione anche se sono trascorsi 39 anni non ci si deve arrendere per rispetto a quelle vittime innocenti.

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  3. Ormai lo sai che sono Marina no?
    Ero al mare anch’io. 17 anni e già abituata alle bombe e alle stragi di cui sentivo parlare fin da bambina, non colsi subito l’enormità della cosa.
    Non avevo vissuto un periodo in cui camminando per strada non correvo il rischio di prendermi una pallottola, o andando in banca (o ovunque) fosse insensato il pensiero di poter saltare in aria. Con l’immortalità dei giovanissimi non ci facevo nemmeno troppo caso. Era così, la vita.
    È stato dopo. Molto dopo, che ho voluto capire e non ci sono riuscita, non come avrei voluto.
    Ho letto da poco un libro in cui la cosa che mi ha più colpito è l’età degli esecutori materiali, all’epoca. Vent’anni, quasi ventuno, uno neanche maggiorenne.
    Di tutto il resto ancora sono un po’ incerta, come credo tutti, difficile capire cosa sia davvero successo prima che quelli andassero a depositare la loro bomba.
    Vent’anni e in mente il pensiero di uccidere più gente innocente possibile. È la cosa che di tutti i misteri, trovo più misteriosa.

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  4. 1980
    di Anna Zucchini

    A quel tempo erano già otto anni e più che frequentavo gli Ospedali di Bologna e poco meno di trenta che frequentavo la vita. Se per la seconda abitudine la colpa va attribuita ai miei genitori, per la prima l’unico responsabile va ricercato nella necessità di un lavoro. Vincitrice di un concorso pubblico, ero impiegata negli uffici amministrativi. Dall’assunzione in poi mi è capitato spesso di occupare posti che fossero a contatto col pubblico, e fu così anche nel millenovecentottanta.
    Lavoravo dunque all’Ufficio Accettazione dell’Ospedale Sant’Orsola. L’attività di quel servizio consisteva, come è facile immaginare, nel ricevere i pazienti che dovevano essere ricoverati e istituire per ciascuno di loro una pratica amministrativa. Niente di più e niente di meno. Il classico lavoro di sportello.
    Era un sabato, il 2 agosto di quell’anno e, come tutti i sabati, in particolare quelli estivi, il personale era ai minimi termini. Il turno di quella mattina era formato da Paola, da Patrizia e da me. Nei periodi di lavoro intenso eravamo in quattro o anche in cinque.
    Si stava rivelando una mattina noiosa, con uno scarso afflusso di pubblico; noi ragazze, (anche le mie colleghe erano pressappoco mie coetanee) tra un paziente e l’altro, parlavamo di vacanze. Paola era appena tornata, Patrizia e io in attesa. La prima ci intratteneva con i racconti della vacanza che aveva fatto con il marito e con la figlia, l’altra vagheggiava località da sogno con il nuovo fidanzato. Chiacchiere da amiche.
    Poco dopo le dieci e mezzo qualcosa cambiò. Sulle prime non ci facemmo caso: il suono delle sirene delle ambulanze fa parte della colonna sonora di un ospedale. Prima in lontananza poi sempre più vicine, ma soprattutto ricorrenti, le sirene diventarono assordanti.
    Le finestre del nostro ufficio si affacciavano su via Massarenti. Erano spalancate così come le porte che da noi immettevano nel Pronto Soccorso. Da ambedue entravano, insieme al rumore, un disagio e una sensazione sgradevole che qualcosa di anomalo stesse succedendo.
    I segnali, difficilmente riconoscibili all’inizio, erano le brevi e concitate frasi che medici e infermieri si scambiavano, il via vai frenetico in quel lungo caldo e deserto corridoio che fino a quel momento era stato abitato da una calma tutta estiva.
    Sembrava che il personale degli ambulatori del pronto soccorso (amici più che colleghi) usasse un linguaggio in codice, improvvisamente a me sconosciuto.
    Poi, prima sussurrate, poi concitate, arrivarono le prime notizie. Ci informarono che era esplosa una caldaia alla stazione, che c’erano feriti e che si prevedeva un’attività, per tutti, oltre il consueto.
    Di lì a poco arrivò la prima ambulanza. Non saprò mai se con dei feriti o già con i primi corpi senza vita. Poi un’altra, un’altra ancora, un taxi, un autobus poi ancora taxi e ancora ambulanze.
    E noi tre, impotenti e incredule in ufficio, con la radio accesa che rettificava la prima notizia.
    Una bomba.
    Era allarme sanitario. Non si avevano certezze di numeri per i feriti e i morti, ma occorrevano sangue e aiuti. Chiamammo casa, nell’illusione che da fuori si sapesse di più o che addirittura ci si rassicurasse che non era così tremendo come ce lo si figurava. Ma ovunque c’erano stupore e sgomento. E paralisi dalla paura. Tranne che nei corridoi e nei tre ambulatori del pronto soccorso: medici e instancabili infermieri medicavano, registravano, inviavano ai reparti decine e decine di feriti. E alla camera mortuaria altrettanti cadaveri.
    Erano arrivati, in silenzio e neppure richiamati, ma come per un silenzioso e imperativo comando, i dipendenti che non dovevano essere in servizio, quelli smontati dalla notte, quelli nel turno di riposo, forse anche qualcuno dalle ferie. Ci raggiunse perfino un nostro collega amministrativo.
    Si presentarono tutti, senza bisogno di dichiararsi né tantomeno di timbrare il cartellino marcatempo, ma dandosi subito da fare come se fosse inevitabile essere lì. In silenzio e con alacrità. Forse fu il contagio con quell’abnegazione che avevamo di fronte, forse il dolore che dovevamo lenire, sicuramente la solidarietà con chi stava così soffrendo, fatto sta che anche noi uscimmo dalle nostre quattro pareti e, come potevamo, demmo una mano. Portammo delle panche, quelle pesanti, di ferro, tipiche delle sale d’aspetto di ospedali, da un paio di ambulatori in quel momento inattivi, fino al corridoio del pronto soccorso. Lì si stavano accalcando decine di feriti, quelli lievi e di conseguenza non in barella. Non avevano un posto in cui sedere. In ufficio avevamo alcool e cotone e allora, com’eravamo capaci, asciugammo le ferite leggere ma sanguinanti da braccia, visi o gambe. Ancora oggi mi sorprende il ricordo della loro compostezza: nessuno piangeva, non c’erano lamenti, poche anche le parole. Solo un silenzio agghiacciante. Lo choc aveva annullato ogni umana reazione. Poi, piano piano, qualcuno tornò alla realtà: chi ci chiedeva di avvisare la famiglia, chi di telefonare direttamente a casa, chi un bicchiere d’acqua. Mi pare che nessuno di loro commentasse l’accaduto: ho sempre pensato che mancava ancora la distanza necessaria per comprenderlo.
    L’appello di aiuti e di sangue, diramati dai telegiornali e dai notiziari radiofonici, stava avendo una risposta tanto commovente quanto incontrollabile. Decine e decine di cittadini si erano presentate agli sportelli, nelle portinerie, negli ambulatori per donare il proprio sangue. Dietro indicazione della Direzione Sanitaria, sebbene col cuore gonfio, invitammo la maggior parte di loro ad allontanarsi. L’eccessivo afflusso rischiava di inceppare il meraviglioso ma delicatissimo meccanismo di soccorso.
    Non erano passate che poche ore, che dalla Direzione dell’Ospedale arrivarono i primi elenchi dei nomi, quello dei feriti trasportati nei vari ospedali cittadini (il nostro, il Maggiore, il Rizzoli e il Bellaria) e delle salme anch’esse distribuite tra le diverse camere mortuarie.
    Col passare del tempo e con la notizia sempre più diffusa a livello nazionale e non solo, si infittirono le richieste di informazioni dei parenti. Dal primo pomeriggio fino alla sera si presentò un numero imprecisato di genitori in ansia, le linee telefoniche erano roventi e io con le colleghe, rimaste tutte oltre il normale orario di ufficio, distribuimmo e affiggemmo gli elenchi che andavamo aggiornando di continuo.
    La lista cresceva, i nomi delle vittime, ripetuti all’infinito, li stavamo imprimendo a memoria.
    Una strana euforia lavorativa si era impadronita di me: stavo lavorando dalle sette del mattino e non solo non sentivo la stanchezza, ma mi pareva che avrei potuto proseguire all’infinito. Feci solo una breve pausa per uno spuntino, che, consumato tra le lacrime e i racconti reciproci tra colleghi, faticò a scendere nello stomaco.
    Tornai ben presto agli elenchi, al telefono con gli altri pronto soccorso, a quella eccitata efficienza che mi faceva supporre che, con l’adrenalina che avevo in corpo, non avrei dormito per almeno un mese. L’insonnia si ridusse invece a poche notti, ma furono le giornate quelle piene di dolore, di strazio, di nomi che mi battevano al cervello, nomi dietro ai quali avevo conosciuto storie.
    La piccola Angela, le ragazze del bar, l’intera famiglia di Bari, Manuela e la sua mamma, tutti quei nomi stranieri e difficili che mi erano diventati più familiari di quelli dei miei vicini di casa.
    Nomi e storie che dopo tanti decenni stanno sparendo dalla memoria, non fosse che ogni tanto li riporto alla mente rileggendo la lapide nella sala d’aspetto della stazione.
    Un lungo elenco di marmo. Un monito? Una doverosa traccia? Per chi? Per noi che c’eravamo, e che abbiamo risposto, come dicono le cronache dell’epoca, in maniera tanto encomiabile quanto spontanea, risposta che ha definitivamente qualificato Bologna come città dal cuore immenso? Per noi che anno dopo anno ce ne stiamo andando e che da dimenticanti diventeremo noi stessi dimenticati? Per chi è nato dopo e di quel giorno conosce solo filmati in bianco e nero e una sempre più sottile e controversa commemorazione annuale?
    Un lungo elenco di marmo, più duraturo del nostro impegno, che non è stato in grado di andare fino in fondo e condannare i veri colpevoli. Un lungo elenco di marmo, rispettabile e sobrio più di questa nostra città ora degradata e vergognosamente dilapidata anche coloro che, peraltro, si arrogano il diritto al ricordo.
    La memoria fatica a mantenere alto il dolore, credo sia umano, in un tempo, oggi, ancor più violento e disorientante. Eppure ogni strage non può sostituire quella precedente e ogni morte è la nostra morte. La mancanza di questa coscienza contribuirà all’oblio.

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    • Cara Anna Zucchini,
      grazie di cuore per il tuo prezioso contributo.
      Hai ragione: la MEMORIA stenta a preservarsi viva se, a poco a poco, tutti disimparano a prendersene cura senza capire che si perde innanzitutto un’ingente ricchezza personale, prima ancora di distruggere un patrimonio universale. Oggi la rete ci aiuta in parte a tenere viva la memoria, dunque facciamone una scienza: contribuiamo a renderla ‘virale’, contagiosa in modo sano. Per non sentirci soli e dimenticati. Per MAI dimenticare.

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