Invito a pranzo con retorica



Il menu vantava, tra diverse pretenziosità, l’ampolloso corsivo: Tortelli ripieni di burrata su riduzione di basilico con tartare di gambero rosso e scaglie di mandorle.

Premesso che la burrata mi ha sempre suggerito più una bella spalmata di burro su una fetta di pane abbrustolito, che una stracciofilante e un po’ stomachevole mozzarella, era quella riduzione di basilico a pungolare il mio personale sesto senso, quello che ho saputo meglio sviluppare nella vita: la curiosità.

Ora, trattandosi di un invito a pranzo da parte di un attempato dongiovanni che puntava a fare colpo sulla sottoscritta a suon di portafoglio e ostentazion del lusso, avevo sorvolato sulla sua veneranda età ed accettato il cortese invito… per semplice appetito. Va precisato che detesto quel mondo svaroskiano, l’odoroso alone che sprigiona la spesso immeritata benestanza, la ristoranza in collinanza con turchina piscinanza e maneggianza equina a breve distanza. Ma va pur sempre detto che quella magnificanza tutta assieme non era fenomeno consueto al mio proletario vivere, pertanto, più dell’opulenza mi vinse una plebea curiosità.

Ed eccomi lì, davanti a quella ‘riduzione’ letterale che mi induceva, mio malgrado, a ben altre suggestioni di minore eleganza, forte dell’unica esperienza precedente con un sessantenne quando, per conto mio, avevo appena spento le quaranta candeline. Qualcosa che mi rimandava ad un fenomeno balistico, a grilletti, a canne mozze e a cartuccere scariche da impoverire il sangue al semplice ricordo. Se il mio geriatrico cavaliere avesse sospettato tali allegorie, sarebbe forse impallidito? E il suo pallore mi avrebbe ricondotta, per similitudini cromatiche, alla degustazione che il menu si apprestava a sottopormi, o, per meglio esprimere con futuristiche coniugazioni, ‘andava’ a suggerirmi? Odiavo i francesismi da banditori in fiera che m’inducevano d’emblée alla diffidenza. “Andiamo ad illustrare”, “andiamo ad impiattare”, “andiamo ad irrorare”, quando il tutto si riduceva all’unico esercizio muscolo-facciale della sola dottrina antropologica che non conosca miscredenti: andiamo a manducare, insomma famose ‘sta magnata.

Confessai al buon vegliardo che, in effetti, quella ‘riduzione’ di basilico mi attirava più della tartare e delle mandorle e del gambero. Avrei pertanto soprasseduto alla burrosa farcitura dei tortelli, verso la quale la mia papillazione gustativa già si disponeva alla riconciliazione.
“Vada per due tortelli!”, disse il canuto ottuagenario al cameriere mentre questi mesceva il frizzantino nettare nei calici, unica mia concessione laica a San Vigneto. “Purché sia mosso e con brio”, avevo dichiarato, “pasteggio solo a suon di bollicine. Mi mettono allegria”. Ed altrettanto allegramente erano poi giunte le due portate gemelle.

Cinque ravioli cinque.
Che avevano usurpato il nome di tortelli.
E reclinavano ciascuno un angolo su quello del raviolo successivo in un perfetto schieramento orizzontale.
Un isolato gambero, disposto ad arco sul carboidratico drappello, a foggia di sorriso rovesciato.
Cinque grumetti cinque tradivano la loro tartaresca, rosata crudità ognuno sul raviolo relativo.
Scagliette di mandorle cadute a pioggia sull’insieme e infine, alla buon’ora, una sporcaturina verde di un irreperibile basilico, privato della sua meritoria identità di appetitoso ‘pesto’.
Più che di riduzione, capii trattarsi di elisione e solo a quella avrebbe dovuto appigliarsi quel filibustiere dell’autore culinario.
L’arcano disvelato si univa al tutto minuscolizzato al centro di un enorme piatto quadrilatero che ne rimarcava l’ingiuriosa pochezza. La beffa era completa. Beffa che ben sapevo corrispondere, peraltro, ad un controvalore di ventotto euro cadauno. E senza riduzioni.

Il mio ospite mirava a blandirmi con la magnificenza e con la scenografia. Mi conquistò, al contrario, solleticandomi con una piuma olfattiva. Soggiorna ancora oggi, nei miei anfratti gustativi, memoria di quella titillante fragranza persuasiva, di quel complotto di sapori e di profumi effimeri, colti sull’attimo e subito volati altrove.

Sono trascorsi nove anni. Sulla tomba di colui che conquistò la mia Bastiglia munito di cinque ravioli, un gambero e un trito infinitesimale di basilico, non ho voluto fiori. Avrei dovuto procurarmeli costantemente di un allusivo blu, rendendo la questione inutilmente complicata: la sconvenienza di una matura vedova ammiccante, in preda al riso anziché al pianto, avrebbe dato adito a troppe dicerie e impertinenze. Il nostro sodalizio sensoriale non le avrebbe meritate.

Ad oggi, nessuno alla Certosa ha mai trovato da ridire sulle piantine di basilico che aggiungo, ad ogni primavera, a quelle stabili di rosmarino e ad altre consorelle di aromatica natura.
Certuni, a volte, strofinano le dita sulle foglie con delicatezza e se le portano alle narici. Mi stupisce che non osino staccarne mai una sola foglia. Li vedo invece allontanarsi a passo più leggero, con un’indefinibile espressione in viso. O forse sì. Potremmo definirla quasi una riduzione di sorriso.

 

Stefania Ferrini

 

Foto ravioli gamberetto (di Viviana Viviani)(Foto di Viviana Viviani)

Categorie:Bologna Blog racconta..., I racconti di Bologna Blog

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