Il crocifisso in cartapesta di Santa Maria dei Servi


Nella nicchia della 18ª cappella della chiesa di Santa Maria dei Servi, si venera un crocifisso realizzato nel 1643 da un certo Zamaretta, un artista poco conosciuto di cui si sa solo che si limitò a riprodurre un disegno del Giambologna, risalente agli anni in cui si dedicava alla fontana del Nettuno. Il crocifisso, a una prima occhiata, sembrerebbe in legno, ma in realtà è fatto di carta pesta, macerata e modellata fino a darle la forma richiesta, poi ricoperta da uno strato di gesso di scagliola e, infine, dipinto. Testimone di un metodo plastico che ha vissuto a Bologna una breve ma interessante stagione, questa cartapesta ha un ulteriore particolarità: per la carta stessa furono utilizzati alcuni mazzi di carte da gioco sequestrati ai bari dal Bargello (la polizia dell’epoca) o liberamente consegnati al vescovo. Fra il Cinquecento e il Seicento, infatti, il gioco delle carte era diventato il principale mezzo di inganno e rovina per i meno esperti: si arrivò a così tanti episodi di truffa che il Podestà avviò una campagna moralizzatrice, invitando i bolognesi a bruciare le proprie carte o a consegnarle alle autorità, per evitare sequestri. Poiché molti mazzi contenevano immagini di notevole interesse artistico, il clero decise poi di utilizzarli nella preparazione della cartapesta, come in questo caso. Il valore simbolico di questa operazione era evidente: dall’inganno al prossimo all’omaggio a Dio.

Un’altra splendida opera in cartapesta è custodita nel complesso della basilica di Santo Stefano. Si tratta della “Pietà”, realizzata nel ‘700 da Domenico Piò, forse il massimo scultore bolognese dell’epoca. Anche per questa opera furono utilizzati i mazzi di carte sequestrati dalla gendarmeria.

Barbara Zoli


Tratto (parzialmente) da: Davide Daghia, Bologna insolita e segreta.

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1 commento

  1. bella spiegazione

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