Il tronco e lo slittino


Santarcangelo di Romagna: rocca malatestiana e borgo medievale
(dal web)

La bella cittadina di Santarcangelo di Romagna conserva ancora la sua tipica struttura di borgo medievale fortificato, con la sua imponente Rocca Malatestiana…

Così, comunemente, la troviamo descritta su qualche pagina turistica. Ma a noi basti sapere che la rocca si raggiunge da più parti, alcune particolarmente affascinanti come la lunga gradinata che porta al Campanone, o l’intrico di vicoli sul versante mare, o il tratto panoramico che ne costeggia i bastioni fino a via della Rocca, l’ultimo strappo, per chi salga, prima di raggiungere il cuore dell’antico borgo.

E ora immaginiamolo innevato, quel paesaggio, durante un freddo inverno degli anni ’30. Mettiamo lungo i tratti di strada sotto i bastioni una masnada di monelli su e giù con gli slittini. Facciamo che fra loro ci si trovino anche Ciccio e Mondo, i più piccoli di sei fratelli sopravvissuti ai tredici che la Tina ha sfornato con Franzchín.

Una famiglia povera fra tante, quella dei Ferrini, fra poveri filari di casette che animano il borgo, fatte di bocche da sfamare fra crudi muri da scaldare con buone scorte di legna per la stufa. Si dorme in tanti in pochi letti, e ci si ficca in fondo ai piedi il prete ché riscaldi le lenzuola, e pure il gatto rosso, chi ce l’ha, perché accompagni il sonno con le fusa grate e il pelo soffice e pulcioso. Ma, prima di addormentarsi, una promessa al babbo, eternamente burbero, che all’indomani andrà a far legna fuori le mura:

«Admatòina a tòurni da la campagna s’un èlbur. Vuílt am duvòi aiutoè a purtèl sò par la salóida, c’ui è e giàz e bsògna c’al spinzói ment c’al tòir so s’al còrdi. Quand c’lè gli òung, av truvoè ma la Culegièta e am aspitoè ilé. Am racmànd, nu fè i quaiòun che s’a gni sói a v’acóp, a s’sém capói?”(1).
«Sè, bà!» rispondono i burdèl al pugno tutto calli e minacce che il padre punta su di loro (2).
«E té…», perché anche la Tina avrà il suo ruolo nella storia, “t’at tèin pròunta dagli óung e mèz s’la porta vèrta, c’aròiv ad spòinta e am’mum pòs fermòi, ca n’avrò piò al forzi, t’è capói?» (3).
«Sèee, c’ò capói!» (4) sbuffa lei che sa perfettamente quanto un toro in casa abbia pur sempre anche i suoi vantaggi.

Il patto è chiaro: morto chi sgarra. Se all’ora stabilita i due burdèl non si troveranno ai piedi della Collegiata, il lungo tratto in salita fino a via della Rocca, pronti a spingere il tronco che Franzchín si tira appresso, non ci saranno santi. Se, alle undici e mezzo, la Tina non si terrà pronta sulla soglia di casa con la porta spalancata, facilitando l’entrata di toro, tronco e burdèl tutti assieme, anche per lei non ci saranno santi.

Ma la fanciullezza è spensierata, e la neve pesta è divertente, e chi non ha orologi hai voglia a controllare l’ora, e scivolare giù veloci per la Collegiata è il più bel gioco del mondo, e risalirla tirandosi dietro lo slittino vale la pena perché, poi, di nuovo giù e ancora su e ancora giù e su di nuovo…  Il freddo non si avverte sulle guance viola, si ride e si schiamazza vivendo il solo brivido della velocità, inclinandosi seguendo il parapetto in curva, si schiva gli altri e si rischiano carambole fino all’arrivo ai piedi della chiesa. Chi arriva più lontano vince e chi fa peso doppio su uno slittino solo i vantaggi sono i suoi…

Ma i due patàca scendono una volta di troppo e ciò che incrociano raggela loro il sangue. La discesa è inarrestabile e solo a fine corsa Ciccio dice sotto voce: «Os-cia, quel l’èra e’ bà!!!» (5).
I due si voltano angosciati: il padre è già a metà salita, a testa bassa, tutto proteso in avanti, il tronco ancorato con le corde al petto e alle spalle. Ne indovinano gli sforzi e le bestemmie che conoscono bene (Do’ c’al sarà fnòidi cal du os-ci, c’sa ‘i ciàp, mmmmmm, sa ‘i ciàp…! (6)).

Il panico li ottunde, li fa scappare nella direzione opposta, non ci pensano proprio a raggiungere il padre e a riparare almeno mezzo danno, tanto son botte certe! Già le teste presagiscono i tozzoni, stinchi e reni le cinghiate, non c’è che ritardare l’espiazione e inventare la migliore scusa: che stavano arrivando, c’era stato un contrattempo, nessuno che sapesse l’ora, che, ecco, loro… insomma,

Intanto, il toro è in monta, imbufalito come due, un mantice che fa tremare i bastioni della Rocca. L’ira funesta gli rinfocola le forze, non si può dire che sia in corsa, ché la salita e il terreno scivoloso non glielo consentono, ma l’impressione è quella. Un’orda barbara che prende a morsi l’aria e i metri ancora da percorrere, la testa sempre bassa, costante l’andatura, fondando bene ogni passo sulla neve dura per non scivolare indietro, annullando la rincorsa e tutta la fatica spesa fin lì.

Ultimo strappo: via della Rocca. Il toro ormai tira alla cieca, non pensa più, non maledice più, non sa nemmeno più chi sia né dove vada. Ogni barlume di energia convoglia tutto sulle gambe, ora di legno come il grosso tronco, su, su, su…
Ancora venti metri e ci sarà la Tina con la porta aperta. Almeno lei, al termine di quell’impresa schianta-padri-di-famiglia, emoènc léa

Ma la Tina non è sulla porta. La Tina ha avuto freddo e l’ha chiusa, quella porta. La Tina si è addormentata con la testa sopra il tavolo e l’aiuto di un bicchiere di vino per scaldarsi. La Tina ora è sveglia, è sobbalzata per un forte colpo, anzi, una cannonata.
Il toro si è schiantato contro la porta scardinandola con tronco, foga, furia cieca e le penultime energie.
Le ultime finiranno forse in parte sulla capoccia della Tina e, di sicuro, su due canaglie poco più che dodicenni, quando ritroveranno quel po’ di coraggio per tornare a casa.

Stefania Ferrini

—————————–

(1) – «Domattina torno dalla campagna con un albero. Voialtri mi dovete aiutare a portarlo su per la salita, ché c’è il ghiaccio e bisogna che lo spingiate mentre lo tiro con le corde. Quando sono le undici, vi trovate alla Collegiata e mi aspettate lì. Mi raccomando, non fate gli stupidi che se non ci siete vi accoppo, ci siamo capiti?».
(2) – «Sì, babbo» – burdèl = bambino/i
(3) – «E te”… ti tieni pronta dalle undici e un quarto con la porta aperta ché arrivo di spinta e non posso fermarmi, ché non avrò più forze, hai capito?».
(4) – «Sì, sì che ho capito!».
(5) – «Ostia, quello era il babbo!».
(6) – «Dove saranno finite quelle due ostie, che se li acchiappo…».

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