La Cocca


La Tina ha una gallina prediletta, la chiama Cocca e ha deciso che la sua pupilla non finirà mai in pentola come le sue compagne. Per qualche ragione ignota, secondo la Tina la Cocca è speciale. Sarà perché è bella tonda come lei e coccodeggia con maggiore grazia delle altre e dà l’impressione di capire tutto, quando le parli, e anche quando non parli. O sarà perché si lascia prendere in braccio senza protestare sin da quando era un pulcino e si accomoda ben bene su quel grembo sformato dalle tante gravidanze, ma accogliente come un giaciglio esclusivo, tutto per sé. O sarà perché gradisce le carezze lungo il dorso e le pressioni delicate in zona produttiva mentre le altre sciocche, se le avvicini troppo, scappano gorgheggiando versi poco dignitosi, sventagliandosi scomposte in qua e in là come uno stormo istupidito e disorientato.

Franzchìn tollera che la moglie si coccheggi una cocca fra le tante. Purché il brodo per cappelletti, tagliolini e passatelli sia sempre garantito dalle altre la faccenda non lo tange, tutto compreso com’è nel suo ruolo maschio di capofamiglia, seduto al suo banchetto fuori l’uscio di casa a risuolare scarpe, a inchiodare soprattacchi, a rifilare il cuoio col trincetto, a stendere lucido sulle tomaie, a spalmare mastice così odoroso da guidare i nasi dei clienti meglio di un’insegna sulla porta.

La piccola aia sul retro della casa, ribassata di un piano rispetto all’abitazione, finisce contro un muretto di pietra, oltre il quale un boschetto digrada lungo il fianco del colle tufaceo, dal vecchio borgo alto fino alla parte bassa del paese. Tra i rami degli alberi lo sguardo spazia per una decina di chilometri lungo la spianata fino al mare, mentre la vastità del cielo offre ogni giorno le sue varianti miracolose: dagli acquerelli delle albe limpide alle tonalità grifagne dell’inverno, dalle incursioni temporalesche nere e lampeggianti all’oro caldo e via via più rosso dei tramonti.
La Tina e la sua Cocca in braccio costeggiano il muretto, assaporando la prima ora del meriggio che risuona di cinguettii, di qualche abbaio e strillo umano chissà dove. A tratti, una brezza leggera porta fino a loro i colpi secchi del martello di Franzchìn, quando l’arnese picchia duro sopra i chiodi destinati a conficcarsi nei perimetri di suole e soprattacchi. È un raro momento di pace dove la fatica del vivere riecheggia tutta intorno ma ti risparmia, un privilegio di cui godere finché dura. Perché dura sempre poco.

Che cosa passi per il piccolo cervello della Cocca è un mistero. L’azione è repentina. La tonda pennuta spicca di lato un miserabile saltello dal grembo madrino al parapetto, svolazza goffa tra le fronde più vicine e lì si ferma, in postazione inarrivabile per braccia umane, specie se corte come quelle da cui si è appena allontanata. Il grido supplicante della mater svolge un arco acuto superando il primo piano della casa e ricade, conficcandosi come un indesiderato chiodo, nelle orecchie del marito: “Franzchiiin!!! (purètta mè!). Córr, Franzchiiin!!!”.
Il poveretto morde un moccolo fra i denti, molla gli arnesi sul banchetto e scatta, vigoroso come il buondìo lo vuole ancora a sessant’anni, in direzione del richiamo, scendendo gli scalini verso il retro della casa e seminando, a due a due, alcuni irripetibili avemaria e paternoster. Raggiunta l’aia, il nero-pece dei suoi occhi interroga l’azzurro-sbigottito di quelli della moglie.
La è vulòeda ad là! Porta pazìnzia, Franzchìn, vala a to’…” pigola lei puntando il corto indice su qualche punto vago oltre il muretto, lì, fra il folto delle frasche dove la Cocca si è improvvisata Pindaro.

Franzchìn è uomo di fatti e meno di pensiero: con balzo assai più agile di quello della pennuta supera il muretto e si avvinghia saldamente a un ramo. “Stà atoénti, am racmànd!” geme la Tina, ora preoccupata anche per il consorte. Ma il buon Franzchìn, sordo a raccomandazioni e rischi, ha già intrapreso un irresistibile duello fra “io-uomo-d’azione e tu-gallina-patàca”.
Véin iqué, bes-ciàza…” ringhia appunto alla bestiaccia che, per lo spavento, tenta la fuga rovinando qualche frasca più in basso. L’uomo smoccola nuovi grani del rosario e saggia con il piede i rami sottostanti. Ora l’angoscia della Tina è di 2 al quadrato: “Nu t’amàza! Nu ‘i fa’ de moèl! Nu t’ fa moèl! Nu ‘màzla!”. Le duplici preghiere sdoppiano l’ira del marito che indirizza a entrambe le colpevoli uno “Sta’ zétta, té!” alla parlante e un minaccioso “Vein iqué, us-ciàza, che s’at ciàp…!” a quella starnazzante.
Franzchìn ha quasi raggiunto la Cocca che, nel panico crescente, azzarda ora brutti svolazzi laterali da sinistra a destra e viceversa, mentre il robusto braccio libero dell’uomo tenta di agguantarla lungo il tragitto.
La mi galòina!” sbaglia di netto esclamazione la Tina che viene subito travolta da due nuovi moccoli eruttati dal basso:
Bróta madunàza, s’at ciàp a t’acòp!… E té, là d’ciòura, s’t’an ste zétta a t’amàz oènca ma té!”.
La Tina s’azzittisce, la Cocca no. La pindarica pennuta va tossicchiando rochi gorgheggi e annaspa tra il fogliame, sempre più spaventata e sempre più a rischio della propria vita e di quella altrui. La rapace mano di Franzchìn la intercetta in un ennesimo svolazzo, ne arresta il disastroso slancio afferrandola per il collo e l’uomo glielo morde producendo un funesto cròc.
To’, ciàpa la tu galòina!” ringhia l’uomo-di-fatti mentre, ben saldo sopra un ramo, lancia la defunta verso l’alto in direzione della donna, chissà se con l’intento di centrarla. L’unico vero volo della Cocca supera il muretto e finisce ai piedi della donna, lasciandola curiosamente illesa.
L’uomo d’azione risale ansimante e appagato, scavalca il muretto, risale in cucina ed esce di casa. Fuori, davanti al banchetto di lavoro, lo aspetta una comare con un paio di cartocci fra le mani: altre scarpe da rifare e qualche modesto guadagno per le prossime giornate. Franzchìn le esamina e, con cortesia pragmatica, comunica la diagnosi: “Fra du’ dé. Prémma a ‘n rièss”. Le mani dure e callose riprendono il lavoro interrotto da finire entro sera.

Giù, nell’aia dietro casa, al razzolare sciocco delle predestinate, a qualche cinguettio, abbaio e strillo fanciullesco in lontananza, si aggiunge ora il mesto pigolio di chi, con la sua Cocca, dovrà rassegnarsi a mettere a tavola sei figli maschi e un marito. La Tina no. Lei si farà bastare un tegamino di pancotto o qualche avanzo e un bel bicchiere di rosso. Ma anche due, va’.

La Tina e la Cocca (Santarcangelo di Romagna, 6 giugno 1951)

Stefania Ferrini

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