Bologna, “città delle acque”


Canale visto dalla terrazza dell'Opera Café 3

Canale delle Moline tra via Alessandrini e via Capo di Lucca (dal terrazzo del Caffè Opera E Tulipani).

Dell’antica città d’acqua e dei suoi ponticelli oggi restano ben poche tracce visibili. Il complesso sistema di canali artificiali che rese Bologna – pedecollinare e lontana da grossi corsi d’acqua, salvo quello naturale del torrente Àposa – una città fiorente, ricca e piena di fermento per secoli dal 1200 in poi, con un porto di grande rilevanza per la navigazione fino al mare Adriatico, che visse a lungo di scambi commerciali coi mercati fino allora conosciuti, è ormai quasi interamente coperto dal manto stradale e da alcuni edifici sorti man mano in epoche più recenti.

Dove sono oggi i canali?

Sotto le pavimentazioni stradali e gli isolati abitativi, ma…

Sistema idraulico artificialePunti visibili (non tratteggiati).  Museo del Patrimonio Industriale

… vediamo quali sono i tratti rimasti alla luce del sole, partendo da quello più rinomato:

  • il Canale delle Moline, famoso per la finestrella sul ponte di via Piella, che offre scorci  molto suggestivi della vecchia Bologna;
  • poco distante, molto apprezzabile anche il tratto compreso tra Via Alessandrini e Via Capo di Lucca;

Per maggiori dettagli ingrandire la mappa:

  • il punto in cui il canale di Reno entra in città, passando sotto la Grada, e ‘scompare’ di nuovo pochi metri più avanti proprio in via della Grada;
  • al Parco del Cavaticcio, nei pressi di Porta Lame,  zona dell’antico Porto Naviglio;
Parco del Cavaticcio (antico porto): Salara e scultura di Mimmo Paladino

Cavaticcio, Porto e Salara (scultura-fontana di Mimmo Paladino)

  • il tratto scoperto fuori le mura che scende dalla Chiusa di Casalecchio di Reno, supera la “Casa del Ghiaccio”, costeggia la Certosa di Bologna, prosegue tombato per diversi isolati, riaffiora alla Grada e ‘scompare’ di nuovo una volta entrato in città;

Ponte della Certosa sul canale di RenoPonte della Certosa sul canale di Reno

  • il percorso ciclabile lungo il canale Navile (6 km ca.). Per saperne di più, consigliamo di seguirne le tappe su questa piacevole pagina del Canoa Club di Bologna.

Canale di Reno in città e Via della Grada

Una volta entrato in città sotto la Grada, che aveva funzioni di filtro e sbarramento per i corpi ingombranti, per le merci clandestine su cui qualcuno cercava di evitare il dazio e per i nemici, immaginiamo la vita in fermento lungo le acque del canale mentre scorrono in via della Grada e via Riva Reno, più avanti verso il canale delle Moline o, a sinistra, giù per il Cavaticcio… Troveremo opifici di ogni sorta: concerie, mulini, cartiere, segherie e le trincee dove si allineavano le lavandaie per sciacquare i panni ogni giorno, anche nelle gelide acque d’inverno…

La dura vita delle lavandaie sul canale di Reno in via della Grada (fonte: Origine di Bologna).

Al numero 12 di via della Grada, sede di un’antica conceria di pelli, oggi troviamo il Consorzio Canali di Bologna che ha un ruolo di vitale importanza per il controllo delle acque e per la manutenzione dei canali (v. l’interessante visita al canale di Reno e delle Moline, Dedalus nelle viscere della terra, È TV Rete7).

Canale delle Moline

Fu scavato a metà del 1300 come prosecuzione del Canale di Reno fino al Campo del Mercato. Da qui svolta con grande pendenza ad angolo retto verso la fossa delle mura. Questo tratto trasformò la zona in un’alta concentrazione produttiva alimentando cartiere, indispensabili per una città universitaria, ma soprattutto mulini da grano per il fabbisogno della popolazione, da cui prese il nome. Qui nacque il consorzio di mugnai (“Università delle Moline”) che costruì anche le belle casette a schiera cinquecentesche che possiamo ancora osservare in via Capo di Lucca. Il canale forniva inoltre energia per altri apparati come concerie di pelli, filatoi e altro ancora.

Canale Cavaticcio e Porto Naviglio

Il Cavaticcio è un ramo del Canale di Reno, coperto negli anni ’30, che parte dall’incrocio fra via Riva Reno e l’odierna via Marconi e scorre verso l’antico Porto Naviglio in prossimità di Porta Lame. Fu scavato intorno al 1200 per sfruttare il forte dislivello del terreno e un salto di 14 metri che acceleravano l’abbondante fluire dell’acqua e producevano, prima di raggiungere il porto, l’eccezionale forza idraulica indispensabile alle attività febbrili degli opifici e dei mulini concentrati in questa zona. Nel XVI secolo dei 500 meccanismi idraulici sparsi per la città, 100 piccoli mulini per la produzione della seta si trovavano proprio in questo tratto, sotto le abitazioni.
Al mulino da seta “alla bolognese” riserviamo un capitolo in chiusura.

Le acque del Cavaticcio raggiungevano infine il Porto Naviglio, inaugurato nel 1550 per eliminare la distanza dal Pélago di Corticella e i forti disagi per i trasporti, verso il mare e ritorno, lungo il canale Navile. Qui si trovava anche la Dogana dove si pagava il dazio. L’attività del porto cessò nel 1948.
Oggi, il canale Cavaticcio produce energia elettrica per 1500 famiglie.
Il suo aspetto al coperto e le sue funzioni fra ieri e oggi in un altro video di Dedalus (È TV Rete7).

Grazie a una sapiente riqualificazione del quartiere Porto, laddove un tempo fervevano le molte attività legate a mulini, opifici, depositi, carico/scarico merci e viaggiatori via acqua, nei primi anni ’80 è sorto il complesso culturale Manifattura delle arti che comprende: il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna (ex Forno del pane), la Cineteca (ex Manifattura Tabacchi), il Cinema Lumière (ex Macello) e vi resiste tuttora il bell’edificio della Salara (del 1785), l’antico deposito del sale oggi sede del Cassero. Il magazzino poteva contenere 8.500 sacchi di sale proveniente dalle Saline di Cervia.

Il Canale Navile, i Sostegni e le porte vinciane

Sostegni Navile vecchia mappa (da libro Tiziano Costa)fonte: Canali perduti. Quando Bologna viveva sull’acqua, Tiziano Costa, Costa ed.

In epoche in cui la viabilità stradale era soggetta a limitazioni e pericoli di ogni genere, per Bologna utilizzare la sua flottiglia di 50 imbarcazioni lungo il Navile fu il metodo più veloce ed economico per i trasporti fino al mare e ritorno. Il canale era lungo 39 chilometri. Attraverso la palude le barche raggiungevano Malalbergo e Ferrara, si immettevano nelle acque del Po, ne seguivano il corso fino al mare Adriatico e navigavano fino a Venezia, dove Bologna effettuava i suoi scambi commerciali col resto d’Europa.

Tuttavia, per compensare la forte pendenza del terreno e i rimarchevoli sbalzi verso le basse paludi fu necessario costruire delle chiuse, chiamate Sostegni, per pareggiare il livello dell’acqua e consentire la navigazione. I Sostegni utilizzavano porte di sbarramento, dette ‘vinciane’ perché inventate da Leonardo Da Vinci, la cui manovra era fondamentale: in fase di risalita controcorrente, ogni Sostegno consentiva alle barche di rialzarsi progressivamente fino a raggiungere il porto. Viceversa accadeva quando le barche uscivano dalla città senza che risentissero dei salti d’acqua. Presso ogni sostegno era presente una casa in cui alloggiavano gli addetti alle manovre. Lungo il canale si trovavano anche osterie per una sosta e un bicchiere di vino.

La vita e il fermento di questo mondo complesso e affascinante cessò con l’invenzione del treno.

Oggi il Navile, grazie alla cura di chi è nato e vissuto sulle sue rive e s’impegna con grande passione per salvaguardarlo, invita a belle escursioni (anche guidate) alla scoperta delle antiche strutture che ancora resistono al tempo e del suo interessante ecosistema.

I Sostegni esistono ancora, ma solo quello del Battiferro è in ottime condizioni e funziona tuttora. Vediamoli nell’ordine partendo dalla città:

1) Sostegno della Bova: è il punto in cui confluiscono tutte le acque canalizzate della città. Ad oggi è in un visibile stato di degrado.

2) Sostegno del Battiferro: costruito nel 1439 fu terminato dal Vignola nel 1548. Assolve il compito di regolare l’afflusso di acque lungo il Navile in un’area parzialmente riqualificata. Qui le acque, dopo un salto d’acqua, si diramano in Fossetta, un tempo per la navigazione, e in Canalazzo le cui acque producevano energia per le vicine industrie siderurgiche (da cui il nome Battiferro). I due tratti paralleli si ricongiungono più avanti, al Ponte Nuovo, meglio noto come “Ponte della Bionda”. Nelle vicinanze, oltre i resti di alcune industrie (in attesa di un auspicabile recupero) troviamo il Museo del Patrimonio Industriale (ex fornace Galotti) dove è presente uno splendido modello funzionante di mulino da seta che approfondiamo nell’ultimo capitolo.

3) Sostegno Torreggiani o Sostegno:

4) Sostegno Landi o Sostegnazzo:

Canale Navile, Sostegno Landi

 5) Sostegno Grassi o Sostegnino:

Canale Navile, Sostegno Grassi

“Ponte della Bionda” (Ponte Nuovo): non si tratta di un sostegno, ma dell’importante punto di ricongiunzione fra il Canalazzo e la Fossetta. Fu costruito nel tardo Seicento per facilitare il gravoso compito dei cavalli da traino di attraversare i due corsi d’acqua su passerelle precarie. Il soprannome è legato a una leggenda popolare che narra di una famosa signora dai capelli biondi che, su questo ponte, pare aspettasse i barcaioli in transito…
Vicino al ponte si trova la sede dell’Associazione culturale “Il Ponte della Bionda”, che ha il merito di aver fondato, con altre associazioni e privati cittadini, il comitato “Salviamo il Navile” con l’obiettivo di mantenere viva l’attenzione intorno a un’area ricca di valore storico, antropologico e naturalistico per non perderne la memoria nel tempo.
Eventi e visite guidate sul profilo Facebook del comitato.

Ponte bionda 1 (2)

Ponte Nuovo o Ponte della Bionda (1600)

Cavalli traino su Navile

(fonte: Canali perduti. Quando Bologna viveva sull’acqua, Tiziano Costa, Costa ed.).

6) Sostegno di Corticella e Pélago: disegnato dal Vignola nel 1548. Nei pressi era stato ricavato anche il porto (Pélago), prima di avvicinarlo alla città nel 1550, in pieno Concilio di Trento, per agevolare il percorso dei viaggiatori e, soprattutto, il trasporto delle merci (spesso a forza di braccia!).

Canale Navile, Sostegno di Corticella

Canali navigabili da Bologna a Ravenna

1925: raid nautico lungo i canali navigabili (foto: archivio Fausto Malpensa).

Chiusa di S. Ruffillo e torrente Sàvena

Fiume Savena, Chiusa di S. RuffilloChiusa di S. Ruffillo dal ponte di via Toscana

La prima deviazione del torrente Sàvena, ad opera del Comune, risale al 1176. Nel 1221 fu spostata più a monte dove si trova attualmente. Da alcuni anni il ponte sul torrente è affiancato anche da un’utile pista ciclabile. Lo scarso apporto di acque stagionali del Sàvena, alimentato da alcuni torrentelli provenienti dai colli, fu utilizzato per diversi mulini da grano allocati lungo via Toscana e via Murri, prima di proseguire la sua discesa verso la città. La struttura del Mulino Parisio è l’unica ancora visibile. L’opificio, costruito nel 1615, cessò l’attività nel 1983. La sua ciminiera è stata demolita in seguito agli eventi sismici del 2012. Oggi è la sede di un istituto di credito.

La canaletta del Sàvena ‘affiora’ per un breve tratto all’interno dei Giardini Margherita, dove costeggia il lato meridionale del laghetto.

Giardini Margherita 1Il laghetto dei Giardini Margherita (acque del Sàvena)

Chiusa di Casalecchio di Reno e Casa del ghiaccio

L’imponente sbarramento del Reno è la più antica opera idraulica d’Europa ancora in funzione. Da circa ottocento anni controlla il flusso del fiume e ne ‘cattura’ le acque deviandole verso Bologna attraverso il Canale di Reno, che parte dal Parco della Chiusa e giunge in città fino all’antica zona del Porto (oggi Parco del Cavaticcio), da dove prosegue fuori città lungo il Navile, unendosi alle acque del torrente Àposa, del canale delle Moline e del torrente Sàvena.

La bella opera in pietra e muraglioni che oggi possiamo ammirare fu commissionata nel 1547 da Paolo III Farnese, il Papa del Concilio di Trento, a Jacopo Barozzi detto il Vignola (1507-1573), l’ingegnere del Comune che progettò anche il Porto Naviglio e alcuni Sostegni sul Navile.

Dalla Chiusa di Casalecchio il canale prosegue verso Bologna attraverso il Paraporto Scaletta, o Casa del Ghiaccio, altro punto affascinante e tuttora attivo ristrutturato nel 2009. Ha la funzione di filtrare i materiali trasportati dalle acque. Un tempo, nei periodi invernali, serviva anche a frantumare le lastre di ghiaccio per evitare che danneggiassero le pale dei mulini in città.

Il mulino da seta “alla bolognese”

Mulino per la setaModello in scala ridotta dell’antico mulino da seta “alla bolognese”: a sinistra l’incannatoio, a destra il filatoio-torcitoio.

Ed ecco il gioiello per eccellenza che, dalla metà del ‘300 alla fine del ‘700, rese Bologna un centro industriale di livello internazionale, famoso in Europa per il suo tessuto più pregiato e per i suoi veli. Il mulino da seta “alla bolognese” è il risultato del felice incontro di due tecniche di lavorazione: quella meccanica attivata dai mulini a cassetti bolognesi e quella manuale di torcitura dei filati che alcune famiglie lucchesi portarono con sé quando scelsero di trasferirsi a Bologna, facendo così la fortuna economica della città e la propria. L’insieme delle due competenze costituisce l’intero meccanismo, dalle piccole ruote idrauliche al prodotto finito, pronto per la tessitura.

Quando i canali esaurirono lo spazio per le grandi ruote a pala – se ne contavano ormai 32 poste a breve distanza l’una dall’altra – fu introdotto un sistema capillare per portare l’acqua alle cantine delle abitazioni, sotto il livello dei canali, e alimentare centinaia di mulini molto più piccoli. Nacquero così il sistema delle chiaviche (non fogne ma condotti regolati con chiave) e quello dei mulini a cassetti, che, anziché muoversi con la spinta dell’acqua dal basso, ricevevano l’acqua in caduta e alimentavano i grossi macchinari installati ai piani superiori delle abitazioni (nel caso dei mulini da seta anche tre o quattro), trasformandole così in tante imprese private.

Nella prossima immagine: 1) saturazione dei grandi mulini a pale lungo i canali; 2) introduzione delle chiaviche per incanalare l’acqua sotto le case; 3) caduta dell’acqua nei cassetti delle piccole ruote; 4) azionamento ai piani superiori dei filatoi o di altri meccanismi.

Mulino da seta "alla bolognese"

Processo evolutivo dalle grandi ruote a pale ai piccoli mulini a cassetti (dal video “Bologna la città delle acque“.

Il Museo del Patrimonio Industriale (presso il Battiferro, quartiere Navile), espone uno splendido modello funzionante di mulino da seta “bolognese”, ricostruito in scala ridotta dagli allievi dell’Istituto Tecnico Aldini Valeriani di Bologna.

Le fasi di lavorazione della seta partivano dall’INCANNATOIO. Dai bozzoli posti a un livello sottostante, il filo grezzo saliva a quello di avvolgimento su matasse e rocchetti. La manutenzione era affidata alle piccole mani dei bambini. I rocchetti e le matasse ottenuti passavano al TORCITOIO e FILATOIO per torsioni più o meno intense dei filati. Quelli meno ritorti, più sottili, erano ideali per i veli di seta in cui Bologna si era specializzata.
In caso di rottura dei fili era possibile intervenire su ogni singolo rocchetto senza bloccare l’intero ingranaggio e il processo di lavorazione. Una tecnologia quindi straordinaria di cui i bolognesi custodirono a lungo il segreto, prima che venisse scoperto e diffuso in altre parti d’Europa.

Mulino per la seda, fase 1

Primo stadio: incannatoio per matasse e rocchetti.

DSC_0138

In basso, torcitura maggiore per filati più robusti. Sopra, matasse per rocchetti con filati più sottili.

I filati pronti passavano quindi al telaio:

Nel XVII secolo l’industria serica occupava un terzo della popolazione bolognese. Inutile dire che le condizioni di vita dei lavoratori, adulti e bambini, non erano certo invidiabili. Gli addetti operavano in locali oscurati, certamente malsani e senza tanti riguardi per la loro tutela, perché non trapelasse all’esterno il segreto del brevetto meccanico. In caso di ‘spionaggio industriale’ la pena era capitale e, in un paio di casi, ci fu chi ne subì le conseguenze.
Il mulino da seta bolognese resta tuttavia l’esempio di un geniale modello di industria meccanica che anticipò di quasi tre secoli il sistema di fabbrica della Rivoluzione industriale.
A metà del Settecento, nonostante le crisi avessero falcidiato l’industria bolognese, erano attivi ancora 74 mulini da seta.
Intorno al 1910 la seta era ancora la principale voce di esportazione del nostro paese.

 

Stefania Ferrini

 


Link esterni:

Canali di Bologna – Consorzi dei Canali di Reno e di Savena)
L’importanza del Comitato Salviamo il Navile (profilo Facebook)
Ponte della bionda. Un sogno lungo vent’anni di Fausto Carpani
Vitruvio – Associazione per l’Armonia e lo Sviluppo del Territorio
Amici delle vie d’acqua e dei sotterranei di Bologna
Bologna, città delle acque (video YouTube)
Andar per canali a Bologna (bellissimo articolo di Bruno Severi che ringraziamo per essersi aggiunto agli amici di Bologna Blog!)

 

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2 comments

  1. bravissima ottimo lavoro

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