A Santarcangelo di Romagna c’erano poeti…



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Giuliana Rocchi (Foto: archivio Stefania Ferrini)

 

Il giorno dopo la morte di papà ricevetti, fra le tante, anche la tua telefonata:

“Sono Giuliana Rocchi. Lei non mi conosce, ero un’amica di suo padre…”.

Ti dissi che ti conoscevo eccome, invece, e che le tue condoglianze mi toccavano profondamente! Papà aveva sempre ricordato te e la tua famiglia con immenso affetto. Non solo come vicini di casa, lassù nelle vecchie contrade in cui eravate cresciuti, fra la Rocca e il Campanone, ma soprattutto come persone amiche, buone e simpatiche, persone ‘di famiglia’.

Sapevo da lui della tua vita dura, del tuo amore infelice, dei tuoi lutti e del tuo meritato successo di poeta dialettale. Avevo letto La vóita d’una dòna [1], la tua prima raccolta di poesie che appuntavi su foglietti volanti o sui ‘cartocci’ della spesa, finché Rina Macrelli [2] non ne comprese la qualità non solo poetica, ma anche antropologica, e ti convinse a pubblicarle. I tuoi versi mi risuonavano familiari sia per essere vergati nella stessa ‘lingua-madre’ di papà (quel difficile dialetto pieno di dittonghi!), sia perché la miseria, la tenerezza e l’asprezza della vita, che tu rinvigorivi nei tuoi versi, prolungava l’eco delle memorie di papà, contribuendo a mantenere viva una tradizione orale di famiglia che mi è sempre stata molto cara.

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(Foto: archivio Stefania Ferrini)

 

Ricordo bene il giorno in cui papà rincasò mostrandomi il tuo libro con orgoglio. Dentro, gli avevi scritto una dedica in due lingue. La prima era in dialetto: “A santéiva l’indàur d’un… burlàun, ut géva e’ mi ba [3]”. La vostra grande amicizia preferisti invece ufficializzarla in italiano.

Conoscevo da tempo l’origine di quella citazione dialettale, papà me l’aveva raccontata: durante una sua visita a Santarcangelo, dove non viveva più da anni, era passato a trovarvi. Tuo padre Federico detto Galinòun, ormai infermo, riposava in camera da letto. Papà entrò zitto zitto nella stanza e gli si sdraiò accanto aspettando una sua reazione. Galinòun aprì gli occhi e, riconoscendolo, gli disse quella frase, ma usando il termine quaiòun [4] che tu, nella dedica, scegliesti di sostituire con un eufemismo. Eppure non c’era offesa in quella parola. Tuo padre l’aveva pronunciata col tono bonario di chi rivede una persona, inaspettata e benvoluta, che sa coglierne la giusta sfumatura perché dotata della stessa vena ironica.

Regalasti a papà anche una bella foto, che qualcuno ti scattò negli anni del dopoguerra, in cui tutto è luce: il tuo sorriso, la tua posa gioviale, le pietre riscaldate dal sole, la spianata santarcangiolese e la linea confusa dell’orizzonte dove laggiù, a una decina di chilometri dalle vostre umili case, nelle giornate limpide ammiravate la linea blu del mare. Papà ti ha sempre conservata dentro il libro così, assieme a qualche cartolina delle vecchie contrade e ad un ritaglio ingiallito di giornale che invita a scoprire le bellezze del vostro gioiellino di paese.

At saléut, Giuliana. Ti saluto, papà.

Saluto anche te, Santarcangelo di Romagna, che li hai visti nascere. Proteggine il sonno vicino ai loro cari.

quant a so morta

(Foto: archivio Stefania Ferrini)

 

Stefania Ferrini

 


[1] La vita di una donna (1980). Seguirà una seconda raccolta, La Madòna di Garzéun (1986). La terza e ultima raccolta, Le parole nel cartoccio (1998), uscirà postuma due anni dopo la morte dell’autrice.

[2] Rina Macrelli, nel dopoguerra, fece parte del gruppo di poeti santarcangiolesi E’ cìrcal de’ giudéizi assieme a Nino Pedretti, Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Flavio Nicolini e Gianni Fucci.

[3] “Sentivo l’odore di un burlone, ti diceva il mio babbo”.

[4] Coglione, fessacchiotto.


Link esterni:

A Giuliana Rocchi, “na pora dona” mai rassegnata all’ingiustizia.

Nata per dispetto (omaggio video a Giuliana Rocchi).

Santarcangelo di Romagna: Il paese dei poeti – anno 1984 (video-intervista a Giuliana Rocchi e ad alcuni poeti del ‘Circolo del giudizio’).

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